MINIERE E MINERALI A SIENA

Il territorio

    La zona di Siena è caratterizzata da una notevole varietà di minerali ed è l'unica al mondo dove l'attività estrattiva si svolge ininterrottamente da 2500 anni.
    Non a caso fu proprio un senese, Vannoccio Biringuccio, a pubblicare nel 1540 il De Pirotehnia, che non è soltanto una bella opera della stamperia rinascimentale, ma sopratutto il primo testo al mondo della moderna scienza mineraria e metallurgica, all'epoca tradotto in diverse lingue.

    Tuttavia, l'attività mineraria nel senese non ha mai generato grandi ricchezze, per una serie di motivi:
    - l'esiguità dei giacimenti,
    - l'insufficiente rete stradale e ferroviaria,
    - le resistenze dei proprietari terrieri, che fino al 1927 detenevano tutti i diritti sul sottosuolo,
    - la scarsa propensione degli imprenditori locali ad investimenti nel settore minerario.
    Già nel 1561, l' ambasciatore veneto Vincenzo Fedeli descrisse i senesi come persone che "non attesero mai ad industria alcuna, se non a quella dell'agricoltura", cosa che si è protratta fino ai giorni nostri, garantendo un ambiente salubre ed a misura d'uomo.

    Dove trovare minerali in Toscana: in questa pagina sono descritti i siti del patrimonio minerario e del patrimonio mineralogico della Toscana nei dintorni di Siena, gli itinerari mineralogici, le miniere attive, le miniere abbandonate ed i siti minerari dismessi visitabili, in un raggio massimo di 60 Km e 60 minuti di percorrenza da Siena, alcuni dei quali ricadenti nell'area delle Colline Metallifere, accompagnati da foto dei minerali da noi trovati e da mappe scaricate dal web. Si raccomanda di chiedere il permesso di accesso al proprietario e di non avvicinarsi a vecchie strutture, gallerie minerarie ed emanazioni gassose.

    Da non perdere la visita al Museo di Storia Naturale di Siena, che espone raccolte di rocce, minerali e fossili provenienti da tutta la Toscana. Particolarmente interessanti sono:
    - la collezione di marmi gialli della Montagnola Senese;
    - la collezione di terre bolari del Monte Amiata;
    - la collezione dei minerali grezzi e lavorati delle miniere di Campiglia Marittima.

Cava di Poggibonsi (argilla)

    Nella cava di argilla abbandonata che sovrasta l'uscita Poggibonsi Sud del raccordo autostradale Siena-Firenze, si rinvenivano stupende rose di gesso (cristalli lenticolari), anche di grandi dimensioni (20-25 cm), simili alle rose del deserto, ma di colore grigiastro per le inclusioni di argilla e con "petali" di minore spessore.
    La formazione di questi particolari aggregati, rinvenuti anche in altre zone del senese, si verifica quando le acque circolano ad alta temperatura, mentre il gesso "coda di rondine", che si trova nei terreni argillosi circostanti, si forma quando le acque contengono determinate concentrazioni di acidi organici.
    Percorrenza in auto: 30 Km, 23 minuti.

Miniere di Lornano e Poggio Orlando (solfo)

    Presso Lornano, in localià Miniera, vicino all'uscita Badesse del raccordo autostradale Siena-Firenze, si trova il più grande giacimento di solfo della Toscana, anche se piccolissimo se confrontato con quelli siciliani. Lo zolfo, oltre che in masse e formazioni granulari, si presentava anche in cristalli bipiramidali di notevoli dimensioni e ben formati, che erano ricercati dai principali musei italiani.
    L'attività estrattiva di queste miniere di solfo impiegò un centinaio di operai e si svolse dal 1899 al 1908 nella miniera di Lornano e dal 1909 al 1921 nella miniera di Poggio Orlando, situata a meno di 100 metri di distanza (mappa a lato), oltre ad una ripresa tra il 1937 ed il 1940.
    Lo zolfo veniva estratto da un banco di marna bituminosa situato sotto uno strato di argilla e veniva raffinato sul posto in dei forni che utilizzavano la lignite estratta a Lilliano (vedi sotto); uno dei forni è ancora visibile, assieme a magazzini, officine ed alla palazzina dell'amministrazione oggi abitazione privata.
    Lo sfruttamento fu conveniente solo per l'isolamento in cui si trovava Siena, tanto che il prodotto fu venduto solo sul mercato locale come antiparassitario dei vigneti nonostante i suoi molteplici impieghi industriali, ed è stato estratto solo in parte mentre è probabilmente molto esteso: lo testimonia anche la presenza nella zona di sorgenti sulfuree e di pozzi dai quali si sprigiona un forte odore di idrogeno solforato.
    Oggi gli ingressi alle miniere non sono più riconoscibili e nella vecchia discarica, oggi terreno agricolo privato, si possono trovare in occasione dell'aratura frammenti di zolfo e gesso (nerastro per le inclusioni di bitume), mentre aragonite e celestina sono sempre state rarissime.
    Sempre nel Chianti, altri piccolissimi giacimenti di solfo sono stati sfruttati verso la fine dell'800 nella zona di Aiola (Vagliagli), dove erano associate ad alcune sorgenti termali ormai scomparse e ad una putizza ancora esistente.
    Percorrenza in auto: 14 Km, 15 minuti.

Miniera di Lilliano (lignite)

    Nella mezzaluna a nord di Siena, nelle argille azzurre, venivano coltivate decine di miniere di lignite xiloide, formate in ambienti lacustri di 5-6 milioni di anni fa: a Belcaro, ai margini di Pian del Lago, nella piana del Casino presso Monteriggioni, tra Lilliano e Quercegrossa, tra Lucignano e Bossi in Chianti. Per decenni è stata una risorsa energetica importante, dato che l'Italia era priva di giacimenti di carbone e petrolio.
    La lignite era per lo più utilizzata per le locomotive della stazione ferroviaria, la ferriera di Colle Val d'Elsa, la raffinazione dello zolfo della miniera di Lornano (vedi sopra) e le fornaci da calce e da laterizi della zona, in quanto era conveniente utilizzarla solo sul posto, dato che conteneva molta acqua e, se spedita, i grossi pezzi arrivavano frantumati, con conseguente deprezzamento. La concorrenza del carbone e del gasolio portò alla chiusura delle ultime "bocche" nel 1965, oggi tradite solo da macchie nerastre che spiccano nei campi lavorati.
    La miniera più interessante è nei pressi di Lilliano (lungo la strada tra Monteriggioni e Castellina in Chianti), dove si aprivano diverse bocche che portavano fino a 200 metri di profondità. Sono giunti fino a noi buona parte degli edifici minerari, perché riutilizzati come rimessa per gli attrezzi agricoli o recuperati a fini abitativi. Curiosa la cappella dedicata a Santa Barbara, oggi all'interno di un'area residenziale completamente recintata, dove la porta di ingresso ha delle piccozze come maniglie: è la protettrice dei minatori, venerata in una grande festa che solo i più vecchi ricordano.
    Nei terreni coltivati circostanti (proprietà privata) è ancora possibile trovare dei frammenti di legno pietrificato (foto) e di lignite xiloide.
    Percorrenza in auto: 26 Km, 26 minuti.

Chianti (calcare)

    I Monti del Chianti sono dominati dall'alberese (calcare marnoso), una pietra da costruzione utilizzata per realizzzare edifici e per pavimentare le aie delle case coloniche.
    Un tipo raro e particolare, utilizzato per realizzare gioielli e suppellettili, è la "pietra paesina", detta anche "marmo paesino" o "marmo ruiniforme" (ruin marble), oppure "calcare paesino" o "calcare ruiniforme", che si trova quasi esclusivamente in Toscana: tagliato e levigato, sembra formare paesaggi astratti o castelli in rovina, dovuti all'infiltrazione nelle fessurazioni di acque contenenti ossidi ed idrossidi di ferro e manganese.
    In alcune aree, nei massi di calcare accatastati ai margini dei vigneti dopo il dissodamento, è stata trovata marcasite (in piccoli aggregati sferoidali) e quarzo (cristalli di 3-4 mm, talvolta giallastri perché ricoperti di limonite); altrove, anche nelle pietre sciolte nei vigneti, si trova pirolusite in forma dendridica ("dendridi di manganese").
    Percorrenza in auto: 20 Km, 24 minuti.

Cave della Montagnola Senese (marmo, ferro)

    La Montagnola Senese, che inizia a 10 Km da Siena, è un massiccio calcareo nella quale si aprono numerose grotte e antiche cave del marmo giallo di Siena, caratterizzato da bellissime colorazioni gialle, rosse e viola dovute a intrusioni di minerali di ferro.
    Nel marmo si possono trovare comunemente, in geodi o in venature, i seguenti minerali: quarzo (anche nella più rara varietà "cristallo di rocca", con cristalli fino a 4 centimetri), ematite (anche in forma lamellare nei filoni di quarzo contenuti negli scisti sovrastanti i marmi), pirite, wad (dendridi di manganese) e, limitatamente ad alcune cave, goethite e rutilo, raramente adularia, anatasio, apatite, aragonite, bornite, brookite, calcocite, calcopirite, crisocolla, malachite, galena, gesso, siderite, sfalerite, tennantite.

    Nelle cave di calcare cavernoso (Lecceto e Santa Colomba) si trovano cristalli di quarzo affumicato bipiramidale di 1-2 centimetri. In alcuni terreni rossastri alla base del rilievo si trovano invece cristalli di quarzo ialino con inclusioni di rutilo.

    Nella zona sono stati anche stati trovati filoni di ematite, probabilmente estratti già nel VII secolo a.C. (negli scavi di un villaggio etrusco nei pressi del podere Campassini è stato trovato un forno fusorio con scorie metallurgiche) e poi nel XV e XVI secolo (podere La Senese in località Lucerena).
    Questo ha spinto ad effettuare nel 1939-1940 una serie di scavi, pozzetti e gallerie, con l'estrazione di qualche centinaio di tonnellate di minerali ferrosi, trovati in vene quarzose nelle formazioni scistose sovrastanti i marmi o nei contatti tra scisti e marmi, oggi testimoniate da cumuli di discariche disseminate, oltre che in località La Senese, a Poggio Bucaccio, Sassarella, Carecchio, Scopagoli e Pietra Cupa: ematite, goethite, limonite, siderite, wad e, raramente, dolomite, magnetite e pirite.

    Percorrenza in auto:
    alle cave di calcare cavernoso: 10 km, 6 minuti.
    alle cave di marmo: 16 Km, 20 minuti.
    alle ricerche di ematite: 19 Km, 30 minuti.

Cava di Fontazzi (gesso)

    Questa "gessiera" abbandonata, proposta come Geosito di Interesse Locale (GIL-33), occupava decine di operai che abitavano in un vicino villaggio di cavatori.
    La cava è impostata nei gessi della Formazione delle anidriti di Burano, mentre al di sotto (ovvero sotto il livello del piazzale della cava) ed al di sopra (nella porzione superiore della parete della cava) si trovano le rocce della Formazione di Santa Fiora (argilliti e siltiti), ad un primo sguardo non facilmente distinguibili: infatti il gesso, normalmente di colore bianco, con il tempo si è alterato ed è stato ricoperto da una patina più scura.
    Le Anidriti di Burano sono rocce derivanti da processi evaporitici, e costituite da banchi di anidriti (CaSO4) parzialmente o totalmente gessificate (CaSO4 * 2H2O), di colore bianco, alternati a dolomie grigio scure e a strati brecciati.
    Questi depositi si formano per precipitazione di soluzioni concentrate di acqua di mare, dette salamoie. Quindi il sito racconta un ambiente di deposizione in acque basse e ferme, come una laguna costiera, ed un clima arido o semi arido, riferibile al Triassico superiore (225-200 milioni di anni fa).
    Nel gesso (il quale si presenta anche in grandi lamine trasparenti) si può trovare lo zolfo, e nel calcare dolomitico si può trovare limonite e siderite, mentre rari o rarissimi sono aragonite, baritina, dolomite, dowsonite, fluorite, marcasite, millerite, quarzo.
    Percorrenza in auto: 20 Km, 16 minuti; + camminata 0,3 Km.

Miniere di Murlo (lignite, manganese)

    "Miniere di Murlo" è un villaggio minerario nato accanto ad un grande giacimento di lignite picea e recentemente tornato ad essere abitato, dal quale partono interessanti sentieri da percorrere a piedi (trekking), a cavallo (ippoturismo) ed anche in bici (cicloturismo).
    Un percorso di 7 Km (comprensivi di andata e ritorno), facile e suggestivo, segue il vecchio tracciato del treno della miniera, una delle prime vie ferrate private italiane (1870), che portava la lignite alla più vicina stazione ferroviaria attraversando in modo pressoché pianeggiante un territorio molto aspro grazie a scavi nella roccia, terrapieni ed un ardito Ponte Nero (vedi anche percorsi in bici).
    Questo percorso è stato proposto come Geosito di Interesse Locale (GIL-37) per la presenza di diverse formazioni rocciose, in primis imponenti strati di radiolariti di diverso colore: rosse (diaspri, per la presenza di ossidi di ferro), verdi (ftaniti, per la presenza di grafite) e nere (liditi, per la presenza di pirite), formati su fondali marini a oltre 4000 metri di profondità. Nei gabbri alterati a circa 2 km dall'inizio del percorso, presso il ponticino sul "Fondo Bello": analcime, diallagio, prehnite, laumontite e, con un po' di fortuna, cabasite, epidoto e natrolite. Nei gabbri lungo il limitrofo torrrente Crevolone, in filoni fesldspatici: albite e, raramente, orneblenda, prehenite, talco, zoisite.
    Un percorso ad anello di 3 km, nella macchia e non segnalato, attraversa il cantiere minerario attivo dal 1830 al 1948 con 300 operai: segue pressappoco il tracciato della decauville lungo il fosso Serpentaio fino agli ingressi oggi murati delle gallerie ed alle aree di scavo a cielo aperto, raggiunge il poggio del Farneto dove si trovava la polveriera (frammenti di laterizio) e l'inizio della vecchia scenderia (visibile un ancoraggio di cemento) e proseguendo passa accanto traliccio del Pozzo del Cerrone tuttora esistente ed al lago dell'Acquabuona, nato ai tempi della miniera a causa della diga-discarica formata con le argille che ricoprivano i banchi di lignite.
    Nella zona furono anche sfruttate verso la metà del '900 (1944-1957) piccole mineralizzazioni di manganese trovate nei diaspri associati alle ofioliti (Fosso Crevole, Fosso Crevolone e sopratutto Fosso della Chiesa sotto l'abitato di Pomona). I minerali estratti erano pirolusite, braunite e psilomelano. Da segnalare la presenza abbondante di rodocrosite, carbonato di manganese di colore rosa. Frequenti anche limonite e quarzo, mentre rari sono aragonite, calcedonio, calcopirite, dolomite, goethite, hausmantite, manganite, marcasite, opale, il tutto in cumuli di discarica invasi dalla vegetazione.
    Percorrenza in auto (fino all' inizio dei percorsi): 26 Km, 35 minuti.

Miniera di Poggio Abbù, Murlo (rame)

    E' una delle più interessanti miniere di rame della Toscana. Il geosito si sviluppa in una parete di diabase a strapiombo sulla sponda destra fosso del Convento, in un paesaggio di selvaggia bellezza e nei pressi dei suggestivi ruderi dell'Eremo di Montespecchio (o Conventaccio), costruito nell'XI secolo utilizzando materiali della zona: il serpentino ed il "calcare rosato", un conglomerato a cemento calcareo di origine lacustre.
    Le mineralizzazioni consistono in venuzze di calcopirite in ganga quarzosa disseminate e discontinue nella massa del diabase, associata a minori quantità di bornite (= erubescite) e pirite cuprifera, con tenore medio in rame del 10%. Il minerale è talvolta diffuso nella massa basaltica in minutissimi elementi con tenore dello 0,5%.
    E' possibile che le prime coltivazioni minerarie siano da collegare al vicino sito archeologico etrusco di Poggio Civitate (Murlo), dove sono state trovate scorie metallurgiche (raggiungibile in un'ora e mezzo con un percorso trekking segnato).
    Delle cinque gallerie realizzate durante la seconda guerra mondiale (1940-1944 e poi 1952-1956), anche prolungando quelle preesistenti (mappa a lato), si può intravedere solo quella situata nella quota più bassa, lungo la gola del fosso del Convento, completamente allagata e ormai prossima alla totale occlusione per i materiali franati, mentre le altre gallerie erano già franate nel 1956. Sul ripido versante rimane un piazzale antistante ad una galleria scomparsa, con cumuli di minerale alterato, ed altre discariche si trovano lungo le sponde del torrente.
    Molto comuni calcopirite, pirite, quarzo, sfalerite, patine di covellite e malachite; rare la bornite (patine sulla calcopirite), calcosina, crisotilo, cuprite, galena, malachite xx, melanterite, prehnite e rozenite. Alcuni di questi minerali sono contenuti in nidi e venule all'interno di una pasta argillosa grigiastra.
    Più a valle, sempre nel diabase, fu segnalata la presenza di stannite in ganga silicea ad alto contenuto di stagno, accompagnato da blenda varietà marmatite (blenda nera). Nei diaspri lungo il percorso per raggiungere l'eremo, resti di trincee per la ricerca di minerali di manganese: pirolusite (diffusa in forma compatta, talora cristallizzata) e raramente psilomelano.
    Percorrenza in auto: 28 Km, 30 minuti; + camminata 2 Km.

Cava Poggio la Croce, Murlo (marmo verde di Vallerano)

    Le ofioliti attorno a Vallerano, villaggio aperto di antichissime origini, hanno fornito il serpentino per la costruzione del Duomo di Siena e di altri importanti edifici. Qui infatti le serpentine si presentano meno fratturate che altrove, e di un verde molto scuro, quindi adatto ad un uso ornamentale (marmo verde o marmo nero di Vallerano).
    Veniva estratto da una cava sul Poggio la Croce (proposto come geosito di importanza regionale GIR-19) e soprattutto dalle sottostanti "prode dei fossi" di Pietracupa e dei Fangacci, conosciuto anche come il "fosso degli Scalpellini", dove si trovava il materiale migliore, il tutto gestito dai frati dell'Eremo di Monte Specchio.
    La prima notizia risale al 1271, quando un documento dell'Opera del Duomo cita una petraia nei pressi del vicino Ponte di Macereto, dove venivano preparati blocchi di 80-100 kg, ognuno dei quali trasportato con un mulo attraverso impervi sentieri (in media, partivano 7 muli al giorno). Nei secoli successivi, la cava è stata abbandonata o sottoutilizzata, a parte una ripresa tra il 1930 ed il 1980 con l'estrazione di lastre per pavimenti e granulati per piastrelle, a cui si riferiscono gli scivoli verso il piazzale inferiore dove avveniva la lavorazione del materiale. Oggi è classificata come "cava storica" ed è utilizzata solo per ricavare materiale per i restauri.
    Antigorite, crisotilo (amianto), lizardite, serpentino (roccia composta dai minerali precedenti), serpentino striato e ranocchiaia (varietà di serpentinite tipiche della Toscana, con striature scure di magnetite alternate a striature chiare di serpentino), ematite e limonite (entrambi in patine rossastre o giallastre); poco comuni bornite, calcopirite, clorite, crisocolla, diallagio, grossularia, malachite, pirite.
    Percorrenza in auto: 26 Km, 30 minuti; + camminata 0,2 Km.

Miniera di Vallerano, Murlo (rame)

    Presso il paese di Vallerano sono visibili le tracce delle ricerche minerarie di rame, effettuate in modo saltuario tra il 1882, quando fu estratto un grosso blocco superficiale di calcopirite, e la metà del '900 (dal 1940 al 1943, e dal 1951 al 1958), quando furono trovate solo deboli mineralizzazioni piritose-cuprifere nonostante le grandi aspettative iniziali.
    Gli ingressi delle gallerie, oggi franate, si trovavano nel versante sud del colle di Vallerano (mappa a lato): una a metà della pendice, l'altra sulla sponda del torrente sottostante. Per raggiungerle è difficile utilizzare le vecchie scenderie a causa della fitta vegetazione e dell'elevata pendenza, ma si può partire dal ponte sul torrente e seguire il greto fino ad arrivare al piazzale dove si apriva l'ingresso della quota inferiore.
    Nelle discariche antistanti gli ingressi delle gallerie, dei quali rimangono cumuli di detriti non ancora invasi dalla vegetazione, si rinvenivano i seguenti minerali, in ordine di frequenza: calcopirite, malachite, azzurrite, bornite, calcosina, covellite, talco, crisocolla, cuprite, sfalerie, blenda, calcocite.
    Documenti storici segnalano il ritrovamento di rame nativo nelle ofioliti attorno a Vallerano ed in altre località della zona, come nel versante ovest di Poggio al Piano e nei pressi di Montepescini.
    Nel bosco attorno al paese si trovavano alcuni cumuli di pirolusite, testimonianza di una piccola miniera di manganese nei diaspri. Da segnalare un filone di talco, mai coltivato, che taglia in direzione NW-SE il Fosso Pietracupa. Lungo un affluente del fosso Pietracupa, segnalata su antiche carte una piccola miniera di antimonio. Nella zona sono stati concessi numerosi permessi di ricerca, per cui non è infrequente imbattersi in accumuli di minerali estratti in passato e mai rimossi o in mucchi di scarti di cernita.
    Percorrenza in auto: 22 Km, 28 minuti; + camminata 0,6 Km.

Giacimento di S.Lorenzo a Merse (mercurio)

    Nei dintorni di San Lorenzo a Merse, che si raggiunge con la superstrada Siena-Grosseto, si trovano mineralizzazioni di cinabro di origine idrotermale (solfuro di mercurio).
    La loro scoperta risale agli anni '60, quando le ricerche di cinabro effettuate negli alvei degli affluenti del fiume Merse evidenziarono che i detriti di alcuni fossi presentavano concentrazioni di mercurio simili a quelle presenti nei corsi d'acqua vicini alle ricche miniere di mercurio del Monte Amiata. Le successive indagini nelle pendici circostanti portatono ad individuare diversi siti con presenza di cristallizzazioni di cinabro, in particolare sul Monte Sincera.
    Il minerale si trova sotto forma di venuzze nelle rocce situate ad una profondità di circa 40 cm in un'area coperta esclusivamente da boschi, e per questo sfuggiti alle ricerche nonostante l'antica tradizione mineraria della zona. Le rocce consistono in miloniti con frammenti di scisti, quarziti e anageniti.
    Nella zona, trovate mineralizzazioni di ematite, goethite e raramente siderite nelle anageniti di Poggio Le Buche e in un taglio della strada a sud del Poggio Sincera, e cristalli cubici di pirite di 5-10 mm, sciolti o in matrice friabile, in due affioramenti di scisti attorno a Tocchi.
    Poco distante, sulle sponde del fiume Merse, in corrispondenza delle risaie, si trovano i resti delle terme del Doccio (dette anche terme di Macereto), distrutte dalla piena del 1960, dalle quali sgorgavano acque termali assai copiose. La provincia di Siena è infatti molto ricca di acque termali.
    Percorrenza in auto: 24 Km, 22 minuti; + camminata 1-2 Km.

Miniere di Rapolano Terme (manganese)

    Nella zona di Rapolano Terme, furono scoperti strati di minerali di manganese con uno spessore tra i 5 ed i 40 cm, poco profondi, ma così numerosi da rappresentare un giacimento considerevole.
    Tuttavia, a causa del prezzo basso e della debole richiesta, nonché delle difficoltà di escavazione e del basso tenore, la coltivazione avvenne in modo saltuario tra il 1873 ed il 1946, in genere con scavi a trincea e raramente in galleria, alcune delle quali ancora presenti.
    I cantieri erano cinque: i principali quelli di Monte Martino - Modanella e di Poggio Santa Cecilia, gli altri quelli del Podere di Sotto, Selva e Buoninsegna.
    Il minerale principale è la pirolusite (in genere amorfa, talora in aggregati raggiati e raramente in cristalli prismatici), assieme alla quale si trova goethite, dendridi di manganese, limonite, quarzo e, raramente, aragonite, gesso, manganite, pirite, psilomelano e minerali cupriferi (azzurrite, bornite, calcopirite, malachite, rame nativo).
    A Poggio Santa Cecilia, durante la costruzione di un mulino (1461), fu scoperto un giacimento di allume di buona qualità, sostanza usata nella lavorazione del cuoio e dei tessuti, mai sfruttato perchè i tre proprietari dei terreni non riuscirono a trovare un accordo, nonostante l'elevato prezzo del momento.
    Percorrenza in auto: 35 Km, 30 minuti.

Cave di Rapolano Terme (travertino)

    Rapolano Terme è famoso per le sorgenti termali e le cave di travertino ancora attive: oltre a quello bianco, si estrae travertino con tonalità dal beige al marrone scuro, mentre quello aranciato proveniva dall' Acqua Borra, vicino a Siena.
    Nei banchi di travertino è frequente trovare particolari formazioni di calcite pisolitica (sferoidale) o stalattitica, dovute alla deposizione in cavità preesistenti del carbonato di calcio contenuto nelle acque termali (foto).
    Inoltre, in alcune cave abbandonate di pietrisco attorno a Rapolano, si trova marcasite (in noduli con struttura raggiata), goethite, dendridi di manganese e raramente, al contatto tra calcari e diaspri, minerali cupriferi (azzurrite, bornite, calcopirite, malachite, rame nativo).
    Percorrenza in auto: 35 Km, 30 minuti.

Miniera delle Cetine (antimonio)

    La miniera delle Cetine di Cotorniano è stata una delle miniere di antimonio più importanti d'Italia, poi destinato a parco minerario e successivamente abbandonato, tanto che oggi i sentieri sono invasi dalla vegetazione, la parte centrale dell'area è recintata ed il museo minerario allestito a Chiusdino è stato dismesso. Si tratta tuttavia di un geosito di importanza regionale (GIR-18) e anche mondiale, in quanto qui sono state trovate 80 specie di minerali, alcuni delle quali per la prima volta al mondo.
    Il percorso di visita conduceva alle entrate delle gallerie (dalle quali esce un vento freschissimo), al villaggio minerario oggi in stato di abbandono e alle discariche, dove si possono ancora trovare scorie di lavorazione, stibnite (foto) ed i suoi minerali di ossidazione (foto).
    Poco distante si trova una cava di quarzite abbandonata ("Cava delle Cetine"), pericolosa per i due gradoni alti diversi metri: muscovite (lamelle nella massa), pirite (cristalli di un millimetro) e, poco comuni, arsenopirite, calcopirite, quarzo xx e tormaline policrome.
    Percorrenza in auto: 19 Km, 26 minuti.

Miniera di Camporedaldi (argento?, piombo, pirite)

    Una bella passeggiata nella macchia mediterranea porta a questa miniera abbandonata tra Spannocchia e Pentolina (Rosia), nella Riserva Naturale dell'Alto Merse, proposta come Geosito di Interesse Locale (GIL-39).
    La storia scritta inizia a metà '800, quando fu sfruttato un piccolo affioramento di galena argentifera per ottenere piombo dai forni della zona, ben presto abbandonato e poi di nuovo coltivato dal 1909 al 1915.
    La pirite e la marcasite furono estratte dal 1929 al 1947 quando l'industria chimica se ne interessò per estrarre l'acido solforico: i ruderi presenti si riferiscono probabilmente a questo periodo (lavanderia, officina, ufficio e cabina elettrica). Nel dopoguerra, fino al 1959, furono effettuate ulteriori ricerche in galleria, trovando solo piccole mineralizzazioni.
    Nella discarica, e nel ruscello che l'attraversa, si possono ancora trovare celestina di grande interesse mineralogico (foto), anche in cristalli di 2-3 centimetri, oltre a galena (in aggregati granulari, raramente cristalli di 1-2 mm), marcasite (anche in forme stalattitiche), melanterite, minio (patine sulla galena), gesso e quarzo, mentre rari sono albite, barite, pirite, goethite, sfalerite, zolfo (incrostazioni), solo una segnalazione di blenda.
    Le gallerie invece sono quasi tutte franate o inagibili per l'inconsistenza della roccia: si raccomanda di non entrare per il pericolo di crolli.
    Il giacimento consisteva in un affioramento di galena nei calcari di ricoprimento ed in masse piritose, discontinue ed associate a gesso e celestina, lungo la linea di contatto tra i calcari del retico e gli scisti e le quarziti del permiano.
    Percorrenza in auto: 22 Km, 30 minuti; + camminata 1,3 Km.

Miniere di Miranduolo
(ferro, rame, argento)

    I recenti scavi archeologici effettuati al castello ed al villaggio di Miranduolo (Chiusdino), costruito su uno sperone di calcare cavernoso nei pressi dell'Abbazia di San Galgano, hanno potuto appurare la connotazione mineraria di questo insediamento esistito verso il XII-XIII secolo.
    Una piccola miniera è stata individuata all'interno del villaggio ed altre negli immediati dintorni e nel versante opposto del Poggio Fogari, una delle quali dotata di una sala con al centro un pozzetto utilizzato per la risalita del minerale. Nella corte sono state anche trovate scorie metallurgiche.
    Il castello di Miranduolo sorgeva dunque al centro di un'area di raggio di 3-4 Km con diverse miniere a potenziale estrattivo di ferro, rame e forse argento. La mineralizzazione si sviluppa all'interno del calcare cavernoso ed è costituita da un filone a solfuri misti associati ad idrossidi di ferro nella zona di ossidazione superficiale (cappellaccio limonitico).
    Nella zona, gli affioramenti di calcare cavernoso offrono alcune mineralizzazioni: in uno è possibile trovare antimonite, stibiconite, quarzo (anche in geodi) e, poco comuni, baritina, solfo, valentinite; in un altro, quarzo e calcedonio (anche mammellonare).
    Percorrenza in auto: 31 Km, 40 minuti; + camminata 1,3 Km.

Miniera di Querceto (magnesio)

    A 5 Km ad est di Casole d'Elsa si trovano i resti di una importante miniera di magnesite, attiva tra il 1917 e il 1944, quando fu abbandonata per la concorrenza del minerale estero e gli elevati costi di trasporto allo stabilimento di lavorazione (Genova), nonostante la notevole consistenza del giacimento ed il tenore del 96-98% in carbonato di magnesio, il più alto di tutta la Toscana.
    Il giacimento, sfruttato solo in parte, consiste in due filoni pressoché paralleli, larghi circa 2 metri con punte fino a 5-6 metri, localizzato all'interno del serpentino al confine con i gabbri.
    Il minerale si presenta in masse molto dure e compatte, di aspetto detto "porcellanoide" per la colorazione bianca uniforme e la frattura concoide, ed anche in formazioni concrezionate mammellonari (magnesite "pisolitica"). Localmente abbondanti nella massa i noduli di opale, spesso traslucido e con colore variabile dal bianco-beige al giallo-verdastro.
    Gli ingressi alle gallerie sono stati ostruiti verso gli anni 2000, ma possiamo ancora vedere alcune tracce degli impianti e dei cumuli di materiale: magnesite, opale, dolomite, prehnite, montmorillonite. Nel medesimo affioramento ofiolitico, segnalata malachite nei diabasi di Osteria delle Macchie e asbesto nelle serpentiniti in località Cetina Rossa.
    Percorrenza in auto: 36 Km, 32 minuti; + camminata 1 Km.

Cave di Casole d'Elsa / Chiusdino (alabastro gessoso)

    In provincia di Siena c'è uno specifico bacino di sedimentazione dell' alabastro gessoso, quello di Casole d'Elsa - Chiusdino - Radicondoli, distinto da quello di Volterra.
    Anche da quest'area, Etruschi e Romani hanno estratto alabastro per realizzare urne cinerarie e suppellettili, e fin dal Medioevo gli artigiani di Volterra hanno prodotto oggetti d'arredo di ogni tipo, dovendo però oggi ricorrere quasi esclusivamente ad alabastro spagnolo per l'esaurimento dei giacimenti conosciuti nella zona.
    L'alabastro gessoso è una varietà di gesso con tessitura microcristallina, di aspetto trasparente e con particolari proprietà meccaniche che lo rendono facilmente lavorabile. Si trova all'interno delle masse gessose sotto forma di "ovuli" (detti anche "arnioni"), di dimensioni fino a un metro e mezzo di diametro, con caratteristiche diverse a seconda delle impurità: agata (giallastro, rosato o rossastro, per inclusione di ossidi di ferro e manganese), gabbro (bruno), cinerino (grigio), bardiglio (ricco di venature grigie), bianco venato (con alcune venature grigie), scaglione (bianco).
    Dalla cava abbandonata di Monteguidi (Casole d'Elsa), in località Pian dei Gessi, proveniva uno dei più pregiati tipi di alabastro, detto "bardiglio agatato di Monteguidi": di interesse mineralogico sono il gesso (anche nella forma geminata "coda di rondine") e la marcasite (glomeruli nelle argille, poco comune). Nei pressi c'era anche una miniera di zolfo coltivata nell' '800 (percorrenza in auto: 40 Km, 43 minuti).
    Due cave di alabastro bardiglio si trovano in località Podere Sant'Agata, presso Luriano (Chiusdino): gesso, marcasite, dolomite; oggi sono abbandonate, ma poco distante è stata individuata una nuova area di estrazione (percorrenza in auto: 36 Km, 44 minuti).
    L'alabastro bianco venato proveniva invece da una cava vicino a Chiusdino, detta di Podere al Moro o di Monte Capino, oggi con movimento franoso in atto, indicata nel piano estrattivo della Regione Toscana come potenzialmente suscettibile di ulteriore estrazione (percorrenza in auto: 38 Km, 44 minuti; dal sito precedente: 15 minuti, 6 km).

Cava di Castelnuovo dell'Abate (alabastro calcareo)

    Ben più raro è l'alabastro calcareo, detto anche alabastro orientale (in quanto i Romani lo importavano dall'Egitto) o alabastro onice (per la somiglianza con l'onice, che in gemmologia indica una varietà di calcedonio): si tratta di carbonato di calcio depositato da acque termali che contenevano acidi umici o fulvici, ioni metallici e sostanze pigmentanti, che hanno formato disegni suggestivi.
    La cava storica nei pressi di Castelnuovo dell'Abate (Montalcino) è un Geosito di Interesse Regionale (GIR-12) ed uno dei pochi giacimenti presenti in Italia. Ha fornito materiale particolarmente pregiato denominato "Alabastro di Siena", usato per costruire edifici di grande valore come la vicina Abbazia di Sant'Antimo, la Chiesa barocca di San Martino di Siena (la più importante del Terzo omonimo, in cui è divisa la città) e le Cattedrali di Siena, Grosseto ed Orvieto.
    La cava, già utilizzata dai Romani e riattivata nel secolo scorso fino al 1992, presenta due fronti e conserva ancora blocchi di alabastrite attorno al bordo, il sistema di carrucole per il taglio ed un magazzino costruito con blocchi di scarto.
    Percorrenza in auto: 48 Km, 50 minuti.

Miniere di Pari
(antimonio, rame, piombo e zinco)

    Poco dopo i Bagni di Petriolo entriamo in una zona interessante dal punto di vista minerario e mineralogico.
    Vicino a Casal di Pari, lungo la superstrada Siena-Grosseto, tra il ponte sul Farma e la galleria, si trovano i ruderi della fonderia di San Martino e nell'area circostante tracce della miniera di antimonio "La Selva", attiva saltuariamente tra il 1870 ed il 1921 con una teleferica di 400 metri, gallerie e trincee oggi nascoste dalla vegetazione. Le caratteristiche geologiche sono simili alle miniera delle Cetine di Cotorniano: antimonite, gesso, marcasite, quarzo, stibiconite, meno comuni baritina, cervantite, orpimento, siderite, zolfo, oltre a cristalli di pirite (4 mm) e patine di ematite indicate nei rendiconti dell'epoca.

    A S.Antonio in Valdaspra (Casal di Pari) fu attiva dal 1872 al 1954 una miniera di solfuri di piombo e di zinco nel calcare paleozoico, disseminati in venette o in ammassi arrotondati dall'azione delle acque all'interno di cavità carsiche (chiamate dai minatori "patate"): si tratta di un giacimento piuttosto peculiare, classificato come un raro MVT (Mississippi Valley Type). Sono ancora visibili gli ingressi delle gallerie, trincee e discariche: galena, pirite, quarzo, aragonite e dolomite, raramente azzurrite, calcopirite, cerussite, cinabro (un sottile velo ricopriva le "patate"), fluorite, gesso, malachite, marcasite, sfalerite.
    Il nome deriva dall'omonimo eremo, fondato nel 1206 e poi gestito dal monastero di Lecceto (Siena), quindi abbandonato ed oggi diruto; Papa Pio II, di origine senese, lo descrisse "orrido tugurio ... mal sicura dai lupi e dai cinghiali, soli abitatori di quel deserto."

    A sud di Pari, sul Monte Acuto, caratterizzato da mineralizzazioni atipiche rispetto ad altre ofioliti toscane, fu coltivata nel corso dell'800 una piccola miniera di rame e furono effettuate a metà '900 alcune ricerche, oggi nascoste dalla vegetazione: rame nativo, calcocite, cuprite, digenite, ematite, epidoto, malachite, talco.
    Su queste pendici fu trovato anche un blocco superficiale di rame nativo di 20 kg, all'interno di lenti di quarzo incluse in serpentine metamorfosate, conservato a lungo nella Fattoria di Montepescini, oggi di proprietà pubblica ed abbandonata.

    Percorrenza in auto:
La Selva: 30 Km, 25 minuti,
S.Antonio Valdaspra: ulteriori 10 km, 18 minuti.

Miniere Montieri/Gerfalco
(argento, rame, piombo, marmo rosso)

    Alle pendici delle Cornate di Gerfalco, la montagna più alta delle Colline Metallifere, sorgono due piccoli borghi, un tempo castelli minerari ed oggi meta dei campi estivi dei bambini senesi.
    Attorno si possono visitare miniere di argento, rame e piombo, coltivate fin dall'epoca etrusca ma soprattutto tra l'XI ed il XIII secolo, quando l'area fu acquisita dalla Repubblica di Siena, fino alla chiusura nel corso del XV secolo, quando l'economia ripiegò sulle castagne e poco altro, con una parziale riattivazione nel XVIII secolo sotto il Granducato di Toscana.
    Delle miniere abbandonate rimangono lunghe gallerie come quelle che si inoltrano sotto i paesi di Montieri e Gerfalco, gli avvallamenti circolari che indicano i siti di vecchi pozzi, i resti di edifici utilizzati come fonderie dove è ancora possibile trovare le loppe derivate dalla fusione dei minerali argentiferi.
    Un breve sentiero conduce da Montieri ad alcuni ingressi delle gallerie argentifere, come alla Buca delle Fate. Un interessante anello trekking, che passa da Gerfalco, conduce agli ingressi delle miniere di Poggio Mutti ed alle vecchie cave di marmo rosso.
    Il marmo rosso (detto anche marmo persichino o marmo ammonitico), caratterizzato da un colore rosaceo e contenente grandi ammonniti fossili, fu utilizzato per decorare il Duomo di Siena e per lastricare gran parte delle case del luogo.
    I minerali trovati sono: aragonite (foto), blenda argentifera, calcopirite, fluorite, galena argentifera, gesso, pirite, quarzo (detto "diamante di Montieri" per la particolare lucentezza), sfalerite, tetraedrite argentifera.
    Percorrenza in auto: 48 Km, 57 minuti; + camminata vari percorsi.

Miniere di Boccheggiano
(rame, ferro, pirite)

    Le miniere di Boccheggiano hanno dato grandi soddisfazioni agli appassionati di minerali: aragonite (foto), pirite (foto), galena (foto), gesso (foto), azzurrite, auricalcite, calcantite, calcocite, calcopirite, calcosina, clorite, bismutinite, blenda, bornite, celestina, ematite, epidoto, fluorite, goethite, limonite, magnetite, malachite, marcasite, melanterite, pirrotina, quarzo, sfalerite, smithsonite, tetraedrite, zolfo. Da segnalare che l'aragonite, in passato indicata col nome di aragostronzianite o stronzianite, presenta una fluorescenza rossa ai raggi ultravioletti.
    E' difficile stabilire quando iniziò lo sfruttamento minerario nella zona, in quanto l'intensa attività estrattiva ha cancellato le tracce precedenti. Le prime notizie storiche risalgono al 1330 circa, e nel 1350 Boccheggiano passò sotto il controllo di Siena.
    Nella seconda metà dell'800 la coltivazione divenne razionale grazie all'invenzione del "metodo Conedera" per la produzione del rame: i suggestivi resti di questa tecnica di lavorazione sono gli imponenti cumuli di scorie di colore rosso presenti lungo la strada Massetana, noti come "Le Roste".
    Ad inizio novecento l'industria estrattiva determinò ulteriori trasformazioni come la costruzione del villaggio Merse, con abitazioni per le famiglie e attrezzature ricreative nate attorno al Pozzo Serpieri e agli edifici industriali, oggi demolito.
    Nei primi decenni del '900 chiusero le miniere di rame, poco dopo chiusero tutte le altre, ma nello stesso periodo venne aperta a Campiano una nuova miniera di pirite, sfruttata tra il 1974 ed il 1996 con metodi all'avanguardia, in quanto i camion si inoltravano nel sottosuolo per caricare direttamente il minerale, mentre enormi pompe estraevano una ingente quanto inaspettata quantità di acqua che altrimenti avrebbe invaso le gallerie, ma la coltivazione fu interrotta per il crollo del prezzo dell'acido solforico.
    Doveroso ricordare che, dopo la chiusura, la miniera di Campiano fu utilizzata per immagazzinare illegalmente scorie metallurgiche, ma le acque hanno lentamente invaso le gallerie e nel 2011 sono fuoriuscite con un colore bruno-rossastro, riversandosi per mesi nel fiume Merse col loro carico di metalli pesanti (arsenico, cadmio, piombo), fino a quando fu realizzato l'attuale depuratore, con elevati costi di gestione.
    Percorrenza in auto: 43 Km, 50 minuti.

Lagoni di Travale (solfo, acido borico, solfato ammonico, vetriolo verde, allume)

    Un tempo dai lagoni dell'area geotermica Travale - Radicondoli - Larderello si otteneva solfo (usato in medicina, per la polvere da sparo, ecc), acido borico ("sale sedativo di Homberg"), solfato di ammonio (concime), solfato ferroso idrato (o vetriolo verde, usato come disinfettante e colorante) e allume (concia delle pelli).
    In questa zona sono stati trovati minerali unici al mondo: sono pochissime le emergenze naturali dove si rinviene un numero così elevato di specie minerali rare in un'area così ristretta. Si tratta di croste e masse cristalline di solfati e borati (foto) che si formano al bordo dei lagoni, ai lati dei rivoli di acqua geotermica ed in corrispondenza dei punti di uscita dei vapori endogeni, per evaporazione dell'acqua, condensazione del vapore ed alterazioni della roccia affiorante.
    I minerali trovati quasi esclusivamente in questa regione sono otto: ammonioborite, biringuccite, ginorite, larderellite, nasinite, santite, sassolite (acido borico) e sborgite. Altri tre minerali sono stati trovati solo ai lagoni di Travale, per la prima volta al mondo: boussingaultite, mascagnite (solfato di ammonio) e mohorite.
    Oggi molte manifestazioni naturali sono scomparse o molto ridotte a causa dell'estrazione di fluidi geotermici per la produzione di energia elettrica. Qualche minerale si trova ai margini di scorrimento di fluidi geotermici (foto). Sotto le pietre, in corrispondenza delle emissioni di vapore endogeno, avviene la sublimazione dello solfo in cristalli aciculari, detto anche "zolfo fumarolico" (foto).
    Da non mancare una breve visita al caratteristico centro storico di Travale, il quale ha una forma circolare per via dell'antico castello nel quale si sono inglobate le abitazioni.
    Percorrenza in auto: 40 Km, 55 minuti; + camminata 0,3 Km.

Miniera di Torniella (caolino)

    Una notevole formazione di rioliti caolinizzate e solfatizzate si trova nel versante orientale del Monte Alto, con cava di caolino in località Piloni presso Torniella (Roccastrada), antico castello entrato a far parte della Repubblica di Siena nel 1255. La miniera fu aperta alla fine dell'800 ma venne sfruttata intensamente a partire dal 1936, quando l'Istituto Luce ha prodotto un breve documentario intitolato "La miniera di Caolino a Monte Alto, unica in Italia".
    Inizialmente i lavori si svolsero anche in galleria per ottenere il materiale migliore, mentre ora lo scavo viene condotto a cielo aperto in diverse aree ottenendo materiali che, opportunamente miscelati, consentono di ottenere un prodotto con carateristiche costanti. E' una delle miniere ancora attive in Toscana e fornisce una importante materia prima per molti prodotti industriali, dai refrattari alle ceramiche. Tuttavia il comitato di cittadini "Val di Farma", nato nel 2002, denuncia un eccessivo disturbo ambientale e ne chiede la chiusura.
    La riolite è una roccia vulcanica simile al porfido, che in questa zona è stata alterata da fluidi idrotermali che l'hanno attraversata nelle sue fratture, ottenendo un materiale di aspetto farinoso e amorfo, di color bianco-giallognolo, con venature ferrugginose e porcellaniche: alunite, caolinite, halloysite, metahalloysite, torniellite, mentre i relitti di biotiti, sfuggiti alla caolinizzazione, sono contornati da aloni di idrossidi di ferro.
    Percorrenza in auto: 50 Km, 50 minuti.

Miniera del Pavone
(rame, argento?)

    La miniera del Pavone, detta anche Miniera di Montecastelli, conserva imponenti ruderi ottocenteschi nei quali si trova l'ingresso di una galleria ancora parzialmente praticabile ma pericolosa per le numerose piccole frane.
    La miniera ed il torrente prendono forse il nome dalle iridescenze del principale minerale estratto, simile a quelle delle piume del pavone: in inglese, la bornite è infatti chiamata peacock ant (minerale del pavone).
    Aragonite, azzurrite, auricalcite, blenda, bornite, brochantite, calcocite, calcosina, calcopirite, galena, magnetite, malachite, pirite, psilomelano, xontolite (raro, identificato nel 1996) e, nelle rocce ofiolitiche lungo il torrente Pavone, analcime, aragonite, grossularia, prehnite, vesuviana, zoisite.
    Percorrenza in auto: 50 Km, 55 minuti; + camminata 1-3 km.

Sito di Levane

    In un terreno agricolo nei pressi di Levane si trova la kutnohorite (foto), raro carbonato di calcio e manganese, prima segnalazione di questo minerale in Italia.
    Si presenta in piccoli aggregati cristallini trasparenti, in genere associati ad aragonite aciculare anch'essa trasparente, ed anche ad ossidi di ferro e di manganese (goethite) che conferiscono al tutto un colore giallo, marrone o nero lucente. In un altro terreno agricolo nella zona si trovano aggregati con sola aragonite.
    Questi minerali sono cresciuti in piccoli geodi carbonatici di 1-5 cm di diametro, all'interno della formazione dei Limi di Terranova. I geodi si trovano sciolti nel terreno fino ad un paio di metri di profondità, e vengono in superficie con i lavori agricoli ed il dilavamento della pioggia.
    Non è chiara la genesi, ma la zona di ritrovamento, un'area di sedimentazione in ambiente marino costiero, fu soggetta a fenomeni vulcanici, e le acque surriscaldate, sature di sali minerali, raffreddandosi diedero origine a questi geodi (1,5-2,5 milioni di anni fa).
    Percorrenza in auto: 46 Km, 43 minuti.

Miniere del Monte Amiata (mercurio)

    Il Monte Amiata, che gli abitanti della zona chiamano "La Montagna", è un antico vulcano alto oltre 1700 metri, terra di eretici e di minatori, che si staglia all'orizzonte dell'agriturismo La Torretta.

    Attorno venivano coltivate diverse miniere di cinabro (foto), dal quale si otteneva il mercurio. La più vicina a noi è la miniera di Pietrineri (o Pietri Neri), detta anche miniera dei Bagni di San Filippo, attiva dal 1902 al 1979, dove i lavori erano particolarmente difficili per le forti emanazioni gassose.
    E' rimasta una piccola discarica di sterili, di media pezzatura, disposti a terrazze, in mezzo ad una zona a putizze (emissioni di anidride carbonica e idrogeno solforato): cinabro, celestina, gesso, marcasite e, poco comuni, orpimento, pirite, quarzo e realgar, segnalati metacinnabarite, stibnite, dawsonite, dolomite e millerite.
    Percorrenza in auto: 65 Km, 65 minuti.

    Alle pendici della Montagna si trovano le cave abbandonate di farina fossile (o "latte di luna", usata per preparare mattoni refrattari) e di terre bolari (o "Terre di Siena", pregiati coloranti naturali usati nei dipinti del Rinascimento): una collezione di terre bolari si puï vedere al Museo di Storia Naturale di Siena.