ITINERARI DANTESCHI A SIENA
percorsi su Dante per il 700.mo anniversario della morte

Viaggio tra i luoghi di Dante

    Nella Divina Commedia i senesi sono i più citati da Dante dopo i fiorentini: a ricordarle sono le otto le citazioni affisse per le vie del centro storico di Siena, in luoghi collegati alle parole del sommo poeta.

    Due sono ambientate all'Inferno e sei nel Purgatorio, e non è andata male vista la storica rivalità tra le due città. Dante infatti aveva stretti legami con Siena: vi abitò per alcuni mesi, vi studiò e vi fece studiare suo figlio Pietro. Sappiamo anche dei suoi scambi epistolari con il poeta senese Cecco Angiolieri.
    Anche Siena fu legata a Dante: proprio qui, per la prima volta nella storia, vennero pubblicate in volgare le leggi che regolavano la vita pubblica, in modo da renderle comprensibili anche a chi non conosceva il latino (il "Costituto").
    Fu un atto di grande democrazia, che avvenne quattro anni dopo la stesura del De vulgari eloquentia, dove Dante si rivolse ai dotti del tempo per mostrare la bellezza della lingua volgare.
    Ecco il cammino di Dante per le vie di Siena:

La Brigata Spendereccia

       «E tranne la brigata, in che disperse
      Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,
      e l'Abbagliato suo senno proferse.»
      (Inferno XXIX, vv. 130-132)

    Il percorso dantresco può iniziare da questa targa posta sulla facciata del Palazzo della Consuma: si riferisce ad una dozzina di giovani provenienti dalle maggiori famiglie nobiliari senesi di parte ghibellina, che qui si riunirono intorno al 1270 con l'unico scopo di costituire un fondo cassa e di sperperarlo in piaceri e follie. Secondo Benvenuto da Imola, la brigata spese in due anni 216.000 fiorini d'oro, che attualizzati corrispondono a circa 3 milioni di euro.
    Facevano parte della brigata Caccia d'Asciano (della famiglia Cacciaconti di Asciano, nelle Crete Senesi, dove possiamo vedere alcuni loro castelli) e Bartolomeo Folcacchieri detto l'Abbagliato (che poi recuperò il senno e ricoprì a Siena importanti cariche politiche).

Il presuntuoso capo dei ghibellini

       «Quegli è, rispose, Provenzan Salvani
      ed è qui perché fu presuntuoso
      a recar Siena tutta alle sue mani.»
      (Purgatorio XI, vv. 121-123)

    L'itinerario dantesco nella città di Siena prosegue in Via del Moro, dove abitava Provenzano Salvani, capo della fazione ghibellina senese e condottiero nella vittoriosa battaglia di Montaperti del 1260 contro i guelfi fiorentini, combattuta a pochi chilometri da Siena.
    Assunse così tanto potere che Dante lo collocò tra i superbi, ritenendo che si autoproclamò "dominus" di Siena, cosa non confermata dai documenti storici, dai quali risulta invece che non aveva prerogative particolari nel Governo dei Ventiquattro.
    Oggi le proprietà di Provenzano non esistono più: qualche anno dopo la sua morte, i guelfi distrussero i beni dei suoi eredi per cancellare la memoria di questo valoroso condottiero.

La donna traditrice

       «Savia non fui, avvegna che Sapìa
      fossi chiamata, e fui de li altrui danni
      più lieta assai che di ventura mia.»
      (Purgatorio XIII, vv. 109-111)

    Questa targa, che si trova all'imbocco di Via Vallerozzi, significa: "non fui saggia, sebbene il mio nome sia stato Sapìa, e fui più lieta delle sventure altrui che della mia fortuna".
    Si riferisce a Sapìa Salvani, nobildonna senese di parte guelfa, collocata nel girone degli invidiosi perché odiava talmente i suoi concittadini ghibellini da rallegrarsi della loro sconfitta nella battaglia di Colle di Val d'Elsa del 16-17 giugno 1269, dove morì suo nipote Provenzano Salvani, capo dei ghibellini.
    Quel giorno Sapia Salvani si trovava in un castello a pochi chilometri da Siena, oggi abbandonato e tappa di escursioni trekking.

Pia dé Tolomei

       «Ricorditi di me, che son la Pia;
      Siena mi fé, disfecemi Maremma.»
      (Purgatorio V, vv. 133-134)

    Situata su una facciata di Palazzo Tolomei, sembra riferirsi a Pia de' Tolomei, nobildonna senese del '200. Secondo la tradizione, venne ingiustamente accusata di infedeltà e uccisa dal marito Nello d'Inghiramo dei Pannocchieschi nei suoi possedimenti in Maremma, per poter convolare a nuove nozze.
    La nobildonna supplica Dante di pregare di lei una volta tornato nel mondo dei vivi per abbreviare le sue pene. La vicenda ha anche ispirato una canzone di Gianna Nannini.

Le fresche acque di Fontebranda

       «Ma s'io vedessi qui l'anima trista
      di Guido o d'Alessandro o di lor frate,
      per Fonte Branda non darei la vista.»
      (Inferno XXX, vv. 76-78)

    Nella targa affissa su una facciata di Fontebranda sono incise le parole di Mastro Adamo da Brescia, nella bolgia dei falsari. Condannato per l'eternità a soffrire la sete, è disposto a rinunciare a bere l'acqua di Fontebranda, la più grandiosa tra le fonti medievali di Siena, pur di vedere all'Inferno anche i Conti Guidi di Romena: Guido II, che fu podestà di Siena nel 1283, Alessandro ed un terzo fratello di nome Aghinolfo. Sono loro che indussero Mastro Adamo a falsificare fiorini d'oro, e per questo furono condannati al rogo e poi graziati.

Il commerciante onesto

       «... ch'a memoria m'ebbe
      Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
      a cui di me per caritate increbbe.»
      (Purgatorio XIII, vv. 127-129)

    Siamo nel Vicolo Beato Pier Pettinaio dove, secondo la tradizione, si trovava la bottega di Piero Tecelano, un commerciante di pettini morto nel 1289 e proclamato beato nel 1802, che con le sue preghiere evitò l'inferno a Sapìa Salvani.
    Pier Pettinaio fu un onesto e caritatevole, e per questo molto rispettato dai senesi ed anche dai fiorentini, che lo conobbero in quanto visse per qualche tempo a Firenze come terziario francescano.
    E' raffigurato nel 1446 dal Vecchietta in una formella dello sportello dell'Arliquiera (Pinacoteca di Siena) e verso il 1635 da Francesco Vanni in due dipinti, uno nel Duomo di Siena ed uno della nella sede della Misericordia (via del Porrione), intitolati la "Visione del Beato Pietro Pettinaio".

L'elemosina in Piazza del Campo

       «Liberamente nel Campo di Siena,
      ogni vergogna deposta, s'affisse»
      (Purgatorio XI, vv. 134-135)

    Questa targa è collocata in Piazza del Campo, dove Provenzano Salvani, eroe della vittoria sui fiorentini, si umiliò pubblicamente chiedendo l'elemosina per pagare la taglia di 10.000 fiorini d'oro necessaria a liberare l'amico Bartolomeo Seracini, catturato nel 1268 dalle truppe di Carlo d'Angiò durante la battaglia di Tagliacozzo.
    Nonostante Provenzano Salvani si fosse pentito solo in fin di vita, l'umiliazione di dover elemosinare l'aiuto altrui gli permise di evitare l'attesa nell'Antipurgatorio.

Il leggendario fiume sotterraneo

       «... e perderagli
      più di speranza che a trovar la Diana»
      (Purgatorio XIII, vv. 152-153)

    Per bocca di Sapìa Salvani, Dante prende in giro i senesi per aver cercato invano l'immaginario fiume sotterraneo, la Diana: la lapide è stata posta proprio in uno dei due punti di Siena dove, secondo la leggenda, si può percepire lo scorrere delle acque.
    Siena, infatti, costruita in collina e lontano dai fiumi, è l'unica città al mondo in cui l'approvvigionamento idrico è ottenuto con la captazione delle acque di scorrimento sotterraneee mediante lo scavo di gallerie drenanti dette bottini (in parte visitabili su prenotazione). Da visitare sull'argomento l'interessante Museo dell'Acqua.